Silenzio innaturale
|
€ 19,00
EUR
In uscita il 15-04-2026
|
||||||||||||||||||||||||
| Descrizione Inserisci un commento |
|
dalla Prefazione di Pechino è una città di 28 milioni di persone, quindi nel dicembre del 2019 non si vedeva assolutamente niente, c’era un gran freddo e c’era molto inquinamento quindi la gente già stava con la mascherina ma non si vedeva assolutamente niente, non c’era nessuna avvisaglia, nessun sentore, nessun preavviso. Sono rimasta bloccata per 9 mesi. Quello che ho vissuto in Cina è stata questa cosa terribile del crescere dell’allarme. Alla fine di dicembre niente, all’inizio di gennaio niente, a metà gennaio comincia questo grande periodo di feste, di celebrazioni per il nuovo anno lunare in cui tradizionalmente centinaia di milioni di cinesi si spostano – perché c’è stato un inurbamento molto forte nel paese. Sono veramente centinaia di milioni quelli che si sono spostati dalle campagne alle città e nella festa per il grande anno lunare tutti tornano nelle proprie case. Vi è quindi questo spostamento immenso, si parla di 700 milioni di persone che si spostano all’interno del paese. Le scuole sono chiuse, gli uffici sono chiusi, ci si prepara a questa grande festa e questo grande spostamento. Nel momento in cui le stazioni sono piene, le macchine con i bagagli, la gente che si sposta, arriva la notizia del blocco e del “lockdown”, che al tempo era un nome che non sapevamo cosa volesse dire, di 60 milioni di persone. Dal giorno alla notte ci siamo svegliati in questa megalopoli incredibile, completamente deserta, completamente silenziosa, muta, piena di paura, piena di attesa. Quasi sentivi il cuore ed il fiato sospeso. Tutto ciò è impressionante perché vedere una megalopoli di 28 milioni di persone completamente deserta, completamente silenziosa, dove non c’era più niente, tra cui le cose da mangiare, è stato davvero un momento di paura. In quel momento io ho avuto questa sensazione terribile: se un paese come la Cina, che era lanciato verso il futuro ed il progresso da settant’anni, che continuava a correre come una locomotiva impazzita, si fermava e fermava tutto vuol dire che davvero qualcosa di terribile stava succedendo e per me, per il mestiere che faccio, è stato davvero difficile raccontare tutto questo ad un’ Italia e ad un’Europa dove invece si continuava a vivere normalmente, dove c’era ancora l’idea che sarebbe stata un’influenza aviaria, che sarebbe stato qualcosa che non ci avrebbe toccato e che non sarebbe arrivato. Un’idea che nasce da questa illusione che il mondo fosse ancora diviso, chiuso dai confini e chiuso dal benessere. Ricordo i primi talk show in cui spiegavano che l’Europa e l’Occidente sono paesi puliti, sono paesi sviluppati, sono paesi con un forte sistema sanitario e che quindi niente poteva succedere. Ricordo le parole dell’allora Presidente americano che diceva “figuriamoci, quelli sono sporchi, quelli sputano, è normale che questo accada da loro”. Si trattava di un’illusione per un mondo che non esisteva più perché il mondo è globale. Ed è stato proprio un mese terribile poiché da noi la gente moriva e non sapevi che cosa stesse succedendo. Noi stessi siamo rimasti bloccati nell’ufficio, senza poter uscire per tre giorni e non avevamo quasi da mangiare. Raccontare tutto questo è stato difficile. C’erano ad esempio questi due cinesi ricoverati allo Spallanzani e per giorni e giorni si è parlato solo di loro come se fosse un fatto isolato e poi improvvisamente vengono fuori Azzano Decimo, Bergamo e la Lombardia ed è come se tutto questo finto palazzo, questa finta costruzione di sicurezze e di certezze, improvvisamente crollasse. In quel momento la voce dalla Cina è stata sentita come una voce diversa. Era la voce che arrivava da un paese che in qualche modo ci era già passato, la voce che avevi bisogno di sentire, la voce di qualcuno che ti rassicurava che esisteva una luce alla fine del tunnel. Io sono tornata dopo molti mesi, quando era già l’estate inoltrata del 2020 e l’Italia aveva pensato di esserne uscita. Quindi io che venivo da questo blocco di tanti mesi in cui addirittura eravamo usciti con le tute bianche, avevo fatto un viaggio lunghissimo di 50 ore con la tuta bianca e con le mascherine, improvvisamente mi sono trovata di fronte ad un paese in cui sembrava che niente fosse successo. Una situazione in cui c’eravamo dimenticati tutto il dolore e la sofferenza, la paura ed i morti. Io in quella pandemia ho perso due zii che io e le mie cugine non abbiamo potuto salutare. Niente è come prima. Devo dire che anch’io ho pensato che ne saremmo usciti migliori. Ho pensato che di fronte a questa tragedia avremmo avuto modo di recuperare gli autentici valori della vita. Ho seguito qualcosa del vostro dibattito prima, alcune parole come “amore”, “senso della vita” e “morte” ed ho pensato che avremmo recuperato l’essenziale, il vero senso della vita, il vero senso per cui viviamo e siamo su questa terra. Pensavo che avremmo fatto piazza pulita di tutto quello che negli ultimi decenni di benessere, soprattutto di consumismo, era stato creato. Penso a tutta questa vita parallela virtuale, a questo delirio ossessivo dell’immagine, questa cosa dell’apparire più dell’essere. Pensavo che di fronte ad una tragedia di questo tipo, come di fronte alle guerre, tutto sarebbe cambiato. Io ricordavo i racconti di mia nonna, di quando sono usciti dalla Seconda Guerra Mondiale, in cui tutto ti sembrava diverso; la normalità della vita e le piccole cose ti sembravano qualcosa di meraviglioso, un dono del cielo e devo dire che mi ha colpito che questo non è accaduto. Un’altra cosa che mi ha colpito è stato vedere come per certi versi siamo usciti più incattiviti da questa tragedia, mi ha colpito questa spaventosa guerra generazionale che c’è stata in cui, ad un certo punto, avevi tutti i giovani e i giovanissimi chiusi nelle case e gli spiegavi perché bisognava stare chiusi; era necessario bloccare il contagio, salvare i più fragili e più vecchi. Ci siamo trovati di fronte a questa sorta di intolleranza cinica, alle volte violenta, cresciuta nelle nuove generazioni perché i ragazzi venivano chiusi in casa e venivano privati del divertimento, della socialità e della scuola. Ho trovato questa rabbia a lungo, poiché per salvaguardare gli anziani c’era l’obbligo delle mascherine. Potevi infatti notare il modo spavaldo di girare senza mascherina dei ragazzi. Mi ha colpito ciò che ho visto in metropolitana e in autobus. I ragazzi salivano senza mascherina e quando ricordavi loro di indossarla ricevevi risposte come: “ma a me che me frega” oppure “a me non succede niente”. Ecco, sono rimasta molto colpita da questo cambiamento, cioè siamo usciti diversi, siamo usciti peggiori, siamo usciti con ragazzi rabbiosi che si sentono in credito perché sono stati privati di due anni della loro vita. Sono rimasta colpita dalla violenza all’interno delle famiglie, dalla violenza sulle donne, dall’esasperazione scaturita da questa crisi sociale. Io sono di Trieste e penso a quello che è successo ai lavoratori del porto. Penso ad un movimento come quello no vax che ha raccolto tutto quel malessere, quel male, quel disagio che c’era e l’ha raccolto con violenza. Adesso penso a quello che è successo dopo e a ciò che succede adesso. La fine della pandemia è stata una guerra nel cuore dell’Europa. Trieste è più vicina a Kiev di quanto non lo sia a Palermo. Quindi la fine della pandemia che cos’è? Una guerra. Tutto ciò è terribile perché quando studi la storia ma anche in qualche modo quando leggi la Bibbia, leggi di questi periodi della storia terribili e viverli credo sia davvero spaventoso. Ho cominciato a raccontare la guerra per caso perché la guerra, quando ho iniziato a lavorare e sono andata da Trieste a Roma, è scoppiata proprio alle porte di casa mia nella ex Jugoslavia. Sono stata mandata a raccontarla perché era qualcosa che conoscevo molto bene, era un territorio a me molto vicino, sia per vicinanza che per ragioni familiari. Era un paese che conoscevo molto bene, quindi sono stata mandata a raccontare la guerra e credo sia stata una grandissima occasione professionale. Fu una visione incredibile del mio direttore di allora, Sandro Curzi, perché far raccontare la guerra da qualcuno che ha conosciuto quel paese in pace è qualcosa di incredibilmente diverso. Sono profondamente convinta, ed è la mia esperienza personale, che sia fondamentale il racconto della guerra come distruzione della pace. Il tuo racconto è evidentemente diverso quando conosci e quando sai che tra i morti ci sono persone che hanno un nome, persone che tu hai incontrato magari in momenti felici, quando sai che in quella casa di cui non resta più niente oltre alla distruzione ci sei stato a pranzo e hai giocato con altri bambini. Io credo che, come pensavo durante la pandemia, ci fosse bisogno in qualche modo di salvare l’anima, di essere vicini a persone chiuse nelle case, sole, magari disperate, magari piene di paura perché altrimenti questa paura si trasforma in rabbia o in violenza. A volte chi raccontava della pandemia è stato accusato di instaurare paura o terrore, ma io non condivido questo pensiero. Penso che fosse necessario raccontare la gravità di quello che accadeva per spiegare anche perché bisognava prendere delle misure così drastiche. Quello che mi fa ugualmente paura in questo momento è il racconto che instilla odio, il racconto che instilla una divisione del mondo così forte tra bianco e nero. Io sono stata corrispondente di guerra per tanti anni e la storia ti indica, come oggi, chi è l’aggredito e chi è l’aggressore, di chi è il torto e di chi è la ragione. È però importantissimo sapere – al tempo stesso – che all’interno di una guerra tutti sono vittime. Esiste evidentemente una piccola oligarchia responsabile di eccidi, di massacri e di decisioni dannate. Al di fuori di questo c’è soltanto una serie infinita di vittime che subiscono, di vittime che vivono una situazione di violenza, di odio e di distruzione. Io credo, come giornalista, che anche in questo momento sia necessaria da parte nostra questa attenzione e questa costruzione della pace. La pace in qualche modo si costruisce anche nel pieno della guerra. Sull’essere migliori però io credo che vada fatto un grandissimo lavoro, un grandissimo sacrificio e un grandissimo confronto. Penso anche a noi giornalisti; è importante questo lavoro di verità, è importante non scavare i fossati, è importante fare luce in quella immensa zona grigia in cui non c’è il bianco e in cui non c’è il nero ma c’è solo un’immensa zona grigia. Una zona in cui noi possiamo fare la differenza perché possiamo portare la luce. Io credo moltissimo nell’uomo, credo che niente di tutto quello che ho visto mi costringerà a cambiare. Allo stesso modo credo che noi possiamo salvare il pianeta dalla distruzione a cui assistiamo. Noi possiamo e dobbiamo fare la differenza anche di fronte a questa guerra. Fare questo lavoro e assistere alla distruzione e raccontare questa distruzione impotenti, senza mai fare niente, è qualcosa di spaventoso e di inaccettabile. Io non posso accettarlo, non voglio accettare quando sento dire cose fredde e ciniche, quando affermano “il covid è un’invenzione” o “la guerra durerà.” come se fossero parole virtuali, come se tu parlassi di un film. Ma quale film quando dietro le tue parole c’è solo sofferenza, c’è morte, c’è dolore, c’è gente che perde tutto, bambini che non vedranno i genitori. Come puoi definirlo così? Bisogna pesare le proprie parole e noi giornalisti dobbiamo pesare le nostre immagini e le nostre parole perché dobbiamo costruire la pace. La pace comincia da noi, da quella piccola resistenza che noi facciamo, nelle nostre trincee quotidiane. Sento tanto parlare di coraggio e adesso stiamo costruendo questa parola coraggio come se il coraggio fosse imbracciare le armi, sparare e ammazzare. No, il coraggio è svegliarsi ogni mattina, tirarsi su dal letto, vestire i bambini, portarli a scuola, andare a fare la spesa, andare a fare il tuo lavoro, evitare di dare un cazzotto a quello che ti ha superato o che ti ha preso il parcheggio, evitare di dare un cazzotto a quello sul lavoro che ti fa lo sgambetto e che cerca di fregarti. Questo è il coraggio. Il coraggio è la vita quotidiana, costruita nella pace e ciò è difficilissimo. Nonostante ciò, vivere con coraggio la vita costruire la pace in questo momento è l’atto più grande di coraggio che tu possa fare. Perdonare è un segno di forza e di coraggio e noi dobbiamo stare attenti nelle parole che usiamo, nella narrativa che stiamo costruendo perché questa narrativa è costruita anche col fascino del sondaggio, dell’ascolto, dei numeri e di cose assolutamente folli. Ebbene, bisogna stare attenti a tutto questo, abbiamo una responsabilità. Il coraggio è assumerci la nostra responsabilità. Giovanna Botteri Quarta di copertina23 febbraio 2020: la protagonista, con suo marito, si reca presso la chiesa dei frati francescani per partecipare alla Santa Messa vespertina. Sul sagrato c’è il parroco che, a braccia aperte, la accoglie e le dice che la S. Messa è sospesa per il Covid 19. Si unisce ai tre una dottoressa che, sentendo quanto detto dal frate, condivide quello che prima era per lei solo un sospetto: la precettazione, ricevuta dal suo ospedale di Milano a presentarsi la mattina seguente in sede, dimostra la gravità del momento. E’ la premessa di un futuro incerto, sconosciuto e drammaticamente reale. I giorni che precedono il lockdown sono frenetici, le informazioni si susseguono con ritmi inauditi, il cellulare della protagonista squilla in continuazione. Questo contatto via etere è il filo conduttore dei mesi di silenzio innaturale. Tale contatto sarà il custode di segreti, di drammi, di paure, di situazioni misteriose. La protagonista, moglie e madre di tre figli, sceglie di dedicarsi all’ascolto degli altri, ad affidarsi alla preghiera, anche se ogni tanto i dubbi l’attanagliano e si sente impotente. E’ una persona che mette al primo posto chi le sta intorno, chi la cerca, chi lei cerca, ritagliando per sé solo rari momenti che la portano a guardarsi dentro e fuori. La sua attenzione per l’altro continua anche quando “quasi liberi” si tenta di ritornare alla normalità, ma a quale prezzo? Quest’anno ricorre il sesto anniversario di quei momenti dolorosi che stanno scivolando impercettibilmente nel dimenticatoio, ma le cui conseguenze negative perdurano tuttora. 23 febbraio 2020: la protagonista, con suo marito, si reca presso la chiesa dei frati francescani per partecipare alla Santa Messa vespertina. Sul sagrato c’è il parroco che, a braccia aperte, la accoglie e le dice che la S. Messa è sospesa per il Covid 19. Si unisce ai tre una dottoressa che, sentendo quanto detto dal frate, condivide quello che prima era per lei solo un sospetto: la precettazione, ricevuta dal suo ospedale di Milano a presentarsi la mattina seguente in sede, dimostra la gravità del momento. E’ la premessa di un futuro incerto, sconosciuto e drammaticamente reale. I giorni che precedono il lockdown sono frenetici, le informazioni si susseguono con ritmi inauditi, il cellulare della protagonista squilla in continuazione. Questo contatto via etere è il filo conduttore dei mesi di silenzio innaturale. Tale contatto sarà il custode di segreti, di drammi, di paure, di situazioni misteriose. La protagonista, moglie e madre di tre figli, sceglie di dedicarsi all’ascolto degli altri, ad affidarsi alla preghiera, anche se ogni tanto i dubbi l’attanagliano e si sente impotente. E’ una persona che mette al primo posto chi le sta intorno, chi la cerca, chi lei cerca, ritagliando per sé solo rari momenti che la portano a guardarsi dentro e fuori. La sua attenzione per l’altro continua anche quando “quasi liberi” si tenta di ritornare alla normalità, ma a quale prezzo? Quest’anno ricorre il sesto anniversario di quei momenti dolorosi che stanno scivolando impercettibilmente nel dimenticatoio, ma le cui conseguenze negative perdurano tuttora. |
Prima di essere pubblicato, dovrà essere approvato dalla redazione.







inserisci un commento per Silenzio innaturale

